Ho paura di avere un tumore, un ictus, un infarto: quando la paura di ammalarsi diventa una fobia

Paura di avere un tumore, un ictus o un infarto – patofobia

La paura di avere un tumore, un ictus o un infarto è più diffusa di quanto si possa immaginare. Può essere facilmente confusa con l’ipocondria, ma la Terapia Breve Strategica distingue le due problematiche sia nella valutazione del loro funzionamento sia nell’intervento terapeutico. Vediamo allora come riconoscere questa particolare paura, definita patofobia, e quali meccanismi possono alimentarla nel tempo.

Dubbi, pensieri negativi, ansia

“Questo mal di testa non sarà il sintomo di un tumore?”

“Ho sentito una fitta al petto. E se fosse l’inizio di un infarto?”

“Oggi mi sento strano, ho paura che mi venga un ictus.”

Una sensazione improvvisa, un dolore mai sentito prima, una parola letta su internet o la notizia della malattia di una persona che conosciamo, possono accendere dubbi e paure: e se fossi malato anch’io?

Le sensazioni, generano percezioni di paura, dubbi e pensieri negativi che innescano tentate soluzioni che, come vedremo fra poco, aumentano ansia e panico.

Avere paura di ammalarsi è umano. Il problema nasce quando tutta la nostra attenzione comincia a concentrarsi su una specifica malattia e iniziamo a mettere in atto comportamenti per escluderla che, anziché tranquillizzarci, alimentano sempre di più la paura.

È il meccanismo della patofobia.

Patofobia e ipocondria non sono esattamente la stessa cosa

Ho già parlato in altri articoli di ipocondria, ma è utile fare una distinzione.

Nell’ipocondria la persona può spaventarsi di fronte a numerosi segnali provenienti dal proprio corpo, interpretandoli come possibili sintomi di malattie diverse.

Nella patofobia, invece, la paura tende a focalizzarsi su una specifica malattia: il tumore, l’infarto, l’ictus, una malattia degenerativa o un’altra patologia particolarmente temuta.

Giorgio Nardone descrive proprio questa differenza ne Il libro delle fobie. E la loro cura:

«I soggetti patofobici tentano senza sosta di controllare l’organo di cui più si preoccupano.»

Da quel momento inizia la ricerca delle prove, attraverso le tentate soluzioni che peggiorano l’ansia e la paura: l’ascolto, il controllo e la ricerca di rassicurazioni.

L’ascolto e il controllo: quando il corpo finisce sotto una lente d’ingrandimento e il controllo fa perdere il controllo

Tra le principali tentate soluzioni è quella che abbiamo già incontrato parlando di ansia, panico e fame d’aria: l’ascolto e il controllo

Chi ha paura di avere un infarto può iniziare ad ascoltare continuamente il cuore e a controllare il battito, misurare la pressione o verificare se una fitta al petto si ripresenta.

Chi ha paura di avere un tumore può controllare il proprio corpo alla ricerca di noduli, dolori, variazioni di peso o altri segnali sospetti.

Chi ha paura di avere un ictus può osservare la vista, l’equilibrio, la sensibilità di un braccio, una parola pronunciata male o un’improvvisa sensazione di confusione.

Il problema è che l’attenzione funziona come una lente d’ingrandimento: più osserviamo una sensazione, più riusciamo a percepirne ogni minima variazione.

Come scriveva William James:

“La mia esperienza è ciò a cui scelgo di prestare attenzione.”

E paradossalmente, più cerco e più trovo qualcosa da controllare; più trovo qualcosa e più mi spavento. La ricerca di serenità si trasforma in un’esperienza terrificante.

“Voglio essere sicuro che non sia niente”: cercare su Google o ChatGPT, chiedere rassicurazioni agli altri, eseguire esami diagnostici.

Un’altra tentata soluzione è la continua ricerca di rassicurazioni: negli altri, web compreso.

Chiedo al partner:
“Secondo te è normale?” 
“Controlla qui, sembra ok?”
“Misurami la pressione.”

Oppure telefono al medico. Faccio un esame: l‘esito è negativo. Finalmente mi tranquillizzo.

Ma quanto dura quella tranquillità?

A volte qualche settimana, altre volte pochi giorni o una manciata di ore. Poi compare una nuova sensazione e dentro una voce si fa viva: “Sì, l’esame era negativo, ma il dolore è tornato. Avevo ragione io. Se avessi davvero qualche problema?”.

E il ciclo ricomincia: ascolto, controllo, misuro, chiedo aiuto, faccio esami o cerco rassicurazioni su Google o su ChatGPT.

All’inizio sembra una buona idea a costo zero ma poi diventa tra le peggiori abitudini. Luca, nome di fantasia di un paziente, un giorno esclamò: “Se scrivo su Google esce fuori di tutto. Da una paura ne vengono fuori tante altre. Non dormo più la notte.”

Come interviene la Terapia Breve Strategica

Nella Terapia Breve Strategica non cerchiamo semplicemente di convincere la persona:

  • che non ha nulla;
  • che basta riconoscere un pensiero negativo e scacciarlo;
  • che bisogna respirare e restare nel “qui e ora”.

Queste strategie potrebbero funzionare nel breve periodo, ma il problema resta. Si tratta infatti di rassicurazioni esterne che entrano in contraddizione con ciò che la persona continua a percepire dentro di sé: il dolore, le sensazioni fisiche e quello stato di continuo allarme che nemmeno i farmaci, talvolta, riescono a spegnere.

Il lavoro dello psicoterapeuta breve-strategico consiste nel modificare questa percezione di allarme e paura, aiutando progressivamente la persona a diventare, per così dire, “dottore di se stessa”:

  • percepire il proprio corpo senza allarmarsi al primo segnale;
  • ascoltarsi e valutare correttamente il proprio malessere;
  • rivolgersi ai medici o effettuare ulteriori esami quando è realmente necessario.

Durante le sedute, che generalmente si svolgono ogni 15 giorni, il paziente impara a riconoscere ciò che alimenta la propria paura e a modificare le proprie reazioni emotive, intervenendo sulle tentate soluzioni che amplificano il timore: l’ascolto continuo del corpo, i controlli, le rassicurazioni, le ricerche online e gli evitamenti.

Ogni persona, però, mette in atto le proprie tentate soluzioni. Per questo il terapeuta costruisce un percorso su misura, come un abito di seta cucito sulla persona.

Attraverso strategie personalizzate, suggestioni, prescrizioni, esercizi o il dialogo strategico, si lavora progressivamente per cambiare il rapporto con la paura e ridurre ansia e panico. L’obiettivo è permettere alla persona di tornare a occuparsi della propria salute e, soprattutto, a vivere la propria vita, senza sentirsi costantemente sotto la minaccia di una malattia.

La paura, infatti, non è il nostro nemico. Anzi, è un meccanismo fondamentale che ci protegge e ci permette di vivere.

È quando tentiamo continuamente di controllarla o di scacciarla che rischiamo di esserne travolti, finendo per sopravvivere nella sofferenza invece di vivere con gioia e pienezza l’unica vita che abbiamo.

Scopri qui i maggiori dettagli sui miei percorsi relativi a paure e panico.

Bibliografia

Nardone, G. (2023). Il libro delle fobie. E la loro cura. Milano: Ponte alle Grazie.

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Dott. Alessandro Conforti Di Lorenzo – Psicoterapeuta Breve-Strategico.
Ricevo Online o a Padova zona Voltabarozzo. Aiuto persone ad uscire da momenti di crisi, imparando a gestire ansie, paure, angosce, panico, ossessioni, pensieri negativi, tornando a viversi la vita, le relazioni, il lavoro. 

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