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STORYTELLING: il racconto della mia bussola persa

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Una bussola persa e disorientata

Avevo 8 anni quando un mio amico mi invitò a far parte dei Boy Scout. Non ero particolarmente interessato ma ero incuriosito. Ero un bambino bassino, con la paura di restare basso come il nonno o di perdermi, di perdere i miei genitori.

Mia mamma mi raccontava che temevo camminare per la strada, persino sui marciapiedi: le auto mi facevano paura. Lei mi racconta sempre che mi costringeva a scendere di casa a giocare in strada mentre gli altri bambini dovevano litigare per avere il permesso di giocare. Per questo, ora, ringrazio mia mamma. In strada giocavo con i miei amici e ho sempre amato stare in compagnia ma la natura era per me il luogo preferito: ecco perché decisi di andare agli Scout.

Un giorno, mio padre mi regalò una bussola e da allora è diventato il mio oggetto preferito. Era verde militare – perfetta per non spaventare gli animali.Il lato superiore aveva un filo di metallo che serviva per prendere la direzione del punto da raggiungere e in basso una lente di ingrandimento per visualizzare il quadrante centrale. Era pesante e non potevi non sentirla in tasca.

La bussola era sempre con e me quando uscivo con gli scout. La portavo anche quando andavo a funghi con mio papà e mi dava la sicurezza di non perdermi: con lei sarei arrivato ovunque e avrei trovato la mia strada se mi fossi perso. Inoltre, il quadrante centrale, aveva una rosa dei venti molto simile a quella disegnata da mio papà, incollata sulla prima pagina dell’atlante di famiglia e da cui lui mi aveva insegnato i punto cardinali e i venti. Era uguale, solo che la mia bussola potevo portala ovunque e lei mi riportava a casa quando volevo io.

Finché un giorno, tornato da un campo scout, non ritrovai più la mia bussola in zaino: cercai in lavatrice, nella tenda. Non potevo tornare nel bosco ma chiamai tutti i miei amici e capi scout chiedendo loro se l’avessero trovata. Niente. Non c’era più.

Ero triste ma…molto arrabbiato, forse con me stesso per l’ennesima cavolata fatta con la mia disattenzione.

Iniziai l’università, frequentai Psicologia e ho iniziato a lavorare come Life Coach, appunto per guidare e orientare le persone verso la propria strada, seguendo punti i propri punti di riferimento: cioè desideri, capacità e obiettivi futuri.

Un giorno dovevo fare una fotografia per rappresentare un lavoro, dove la mia bussola sarebbe stata ideale. Ma non ce l’avevo.

Un altro giorno, invece, mi ritrovai una bussola in mano. Non ricordo dove fossi, chi me l’avesse data e perché. Per me sembrava un sogno: di colpo la bussola in mano. Ma era realtà. Non ero certo fosse sempre lei anzi, al 90% no, ma la cosa più importante, bella ed emozionante era di riavere quella bussola in mano e poi in tasca, sentirla pesante come un sasso ed essere felice come un bimbo di 8 anni.

 

*Ho scritto questa storia per un’esercitazione durante un workshop di storytelling, dove Matteo Caccia, ci ha suggerito 6 punti per scrivere in modo efficace una storia. Clicca qui per conoscere lo schema che ho seguito per creare il testo e prova con un oggetto del tuo passato: rivivere le emozioni e i ricordi passati avrà un effetto particolare. Scrivimi nei commenti quando lo avrai fatto.

Buon racconto.

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Photo credit: ruifo on VisualHunt / CC BY-NC-SA

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